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Conan e Lana

La locandina del cartone capolavoro

Il mio cartone preferito di gran lunga é stato “Conan e Lana”. Sin dalla sigla l’esperienza era lisergica: parole avvincenti, un caleidoscopio di immagini che raccontavano dell’amore fra due ragazzini, di un amico selvaggio e buono, un nonno saggio, le diversità da accogliere, alcuni cattivi ma mai troppo e tutti più o meno sulla strada della redenzione. 

E, come scenario, un olocausto nucleare che aveva ridotto la terra a un paradiso perduto per pochi superstiti, impegnati a ricostruire un mondo nuovo.

Quattro minuti di assoluto panismo: a risentire quella canzone mi emoziono ancora. Conan peraltro aveva un bellissimo carattere: propositivo, solare, energico, malgrado le continue avversità.

Un cartone animato pazzesco “Conan e Lana”, deflagrante per la testa di un bambino di 10, 12 anni. Conan ha avuto il merito di definirmi. Crearmi come persona. Certo ho molte più ombrosità e malinconie del protagonista – del resto non sono un cartone animato – ma osservo, sulla soglia dei miei primi quarant’anni (maledetti quarant’anni, arrivate…) che il mio daemon, il mio principio ispiratore, il mio super es che istintivamente mi porta a prendere decisioni, assolute, ferree e indipendenti, a innamorarmi di determinate sfide, debba davvero moltissimo a quel cartone.

Così come il cercare sempre progetti che si ammantino di follia, tempistiche lunghe di realizzazione e di una componente piuttosto alta di rischio, che mi diano insomma adrenalina ed emozioni, è un aspetto molto palese del mio carattere, che ha sia lati positivi ma altri molto complicati per me stesso e per chi mi vuole bene. 

Ma in questa sera di riflessioni sul divano, mentre tutti dormono e io devo ancora sparecchiare la tovaglia, mi tengo stretto Conan, la sua Lana, e le sfide del mio oggi, gli scenari in fieri – tutti peraltro cercati e voluti da me (voluntas sempre, noluntas mai!) – che, anche se oggi mi fanno tribolare e mi recano non poche difficoltà, alla fine rappresentano il mio modo di stare al mondo, l’incarnazione più autentica di me stesso: lasciare in qualsiasi modo delle tracce, dei mattoni, per me, per chi mi vuole bene e per chi ci sarà dopo di me.