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Noi siamo della “razza di chi rimane a terra” – ma l’istinto ci chiama a volare

Novembre 2016. Salutando Calgary e le montagne rocciose alle sue spalle

Noi siamo “della razza di chi rimane a terra”, scriveva Montale in una delle sue poesie. Un endecasillabo che mi ha sempre schiaffeggiato.

Aeroporto di Firenze. Domenica di un dicembre da pochi giorni. Direzione Pechino. Volo in ritardo di un’ora, poi due, poi tre. Adesso siamo fermi chiusi dentro l’aereo dopo un illusorio boarding. Bufera di neve a Francoforte. Chissà quando e se arriverò in Cina. Quasi peggio del volo cancellato, sempre una domenica, un mesetto fa: nessuna riprotezione possibile se non dopo 44 ore. E nella stessa città di destinazione. Vai loro a spiegare che a quel punto mi sarei dovuto trovare 1000 chilometri più a nord. Non più a Toronto ma a Montreal. Inutile essere logici coi tedeschi della mia ex compagnia preferita. O quasi peggio, due settimane fa, della giornata trascorsa all’aeroporto di Munich, di rientro da Berlino. Tormenta di neve a Bologna, a metà novembre.

“Cantando il duol si disacerba”, diceva un famoso Francesco, peregrinus ubique ben più di me. Proviamo allora a rilassarsi con la scrittura. Tutto cominciò per colpa di un vulcano dal nome impronunciabile che dall’Islanda, correva il 2009, aveva eruttato ceneri così intense da oscurare per giorni metà spazio aereo mondiale, incluso quello che avrei dovuto occupare io, emozionato trentaduenne per quella che sarebbe stata la mia prima volta a NYC. “Vabbè, domani il cielo si libererà…”. Al quarto giorno fui mestamente costretto a riportare la valigia in camera e a disfarla, intonsa. Sento ancora il peso del bagaglio mentre salivo faticosamente le scale di casa. É la stessa valigia che viaggia con me, peraltro, adesso.

Negli anni ho avuto poi la fortuna di andarci diverse volte a NYC. Ma i voli, e gli aeroporti, mi hanno quasi sempre regalato imprevisti. Molto é dovuto al fatto che parto quasi sempre da un aeroporto piccolo e senza voli internazionali, Firenze. Ma certi accadimenti sono comunque in mano al caso. Talvolta mi hanno offerto soldi per non salire a bordo, a un passo dal check in. Non ho mai accettato, neanche in situazioni in cui avrei avuto del tempo da gestire e qualche euro in più in tasca. Sono scaramantico e comunque negli aeroporti, in quei luoghi di non appartenenza e di alienazione in cui mi sento fuori dal tempo e lontano da tutti ci voglio trascorrere meno tempo possibile.

Ma di tempo comincio ad avercene trascorso tanto. E mi ci sto adattando. Vero, ho avuto la fortuna di conquistarmi lo status di frequent flyer, quindi ho spesso accesso alle lounge. Tuttavia, anche fuori da quelle sale vagamente accoglienti – sostanzialmente reificanti, ho i miei punti di riferimento che mi fanno trascorrere la sosta in maniera meno nevrotica e sofferente. Grazie al wi-fi posso lavorare, o distrarmi: mi guardo per esempio i video di Mai dire Gol o IoDoppio di Paolino Ruffini, doppiaggio in livornese di film famosi. O seguo la Fiorentina. In streaming, nel 2013, a Hong Kong, quasi persi il boarding – venni richiamato in dodecafonia dagli altoparlanti – perché immerso nel godermi la prima vittoria della Viola di Montella a San Siro contro il Milan: il mio giubilo al 3 al 1 del carneade El Hamdaoui riecheggia ancora in quelle splendide architetture di vetro e acciaio. L’aeroporto di HK é fra i più belli e c’é un ristorante di prelibatezze cantonesi buonissimo dove mi fanno saporitissimi ravioli al vapore di tante fattezze e cromie. Anche Munich é molto bello ed é spesso sinonimo di un buon cappuccino al rientro dai voli intercontinentali al mattino presto: quando mi manca di più casa, a un passo dal rientro.

Atterrando a Frankfurt con la neve

Altri aeroporti invece proprio non li sopporto e quando posso li evito. Zürich col transfer in cui ti fanno vedere Heidi, le mucche e le montagne, e ogni tanto qualche bella pastoressa seminuda, al suono di campanacci e muggiti. Poi compri un panino e lo paghi 15 euro ed é pure cattivo. Parigi De Gaulle, che come la sua città di riferimento ha logistiche penose e lentissime. Fiumicino dove una volta feci l’erroraccio di imbarcare un bagaglio in stiva.

Il bagaglio é un altro segreto per alleggerire il peso anche psicologico del viaggio. Ormai riesco a fare bagaglio a mano anche per viaggi di una settimana. Più si é leggeri più le soste sembrano brevi e i voli più veloci. Sembrano. Poi se viaggi con la febbre e passi la notte malato in volo, il viaggio é interminabile e si ha tempo per pensare, e a 10000 metri i miei pensieri sono spesso cupi e neri. A me fa ansia staccarmi per 10-12 ore dal mondo. “E se succedesse qualcosa mentre io sto volando?”. E poi le mancanze, le malinconie per aver lasciato a casa gli affetti, la famiglia. Stavo male anche in volo da Toronto a Montreal: aeroporto Toronto Billy Bishop dove si va a fare il check in in battello e volavo in un piccolo aereo insieme ad altre 5 persone al massimo e la mattina, sudato dopo la tachipirina e di nuovo con la febbre alta mi aspettavano per condurre una lezione all’università di Montreal: la docente che coordinava il mio intervento si spaventò del mio pallore e mi offrì uno scranno da cui parlare seduto. Eh no, le dissi. Servanda dignitate.

Ogni tanto poi ci sono le turbolenze e i problemi in volo. Ci si impara a conviverci. Ma spesso sono loro a palesarsi con irruente maleducazione. Una volta mi trovavo di rientro da Sonoma, dopo aver assaggiato i vini della regione vinicola so far so close da Napa. Ero in un minuscolo aeroporto dedicato all’inventore dei Peanuts, Schültz, ed ero diretto a Los Angeles. Mi avevano detto che mi sarei goduto un volo meraviglioso dal punto di vista paesaggistico: tutta la costa della California da nord a sud. Il viaggio fu terribile. Turbolenze continue, cappelliere che si aprivano, nuvole sotto di me che mi impedivano di vedere qualsiasi bellezza. Atterrato nella città degli angeli, scosso, mi fregarono l’iPad. A Miami, sempre per parlare di città glamour, mentre aspettavo una mia collega in arrivò da Boston – io ero stato a Orlando dentro Disneyworld a tenere una degustazione con un tenore e un comico – un topone gigante mi passò sopra una scarpa. Un’altra volta rientravo con Laura, la mia compagna, da Malta: beccammo un fortunale violento con lampi e tuoni. In quei momenti divento anche sentimentale, quando penso che tutto sia perduto. Un’altra volta ancora, diretto a Londra, comincio a fumare un pezzo di ala, penso il flap. Ci annunciarono le procedure per un atterraggio in una pista speciale, attesi da auto dei pompieri. In realtà fu più l’idea di quello che stavamo vivendo perché l’atterraggio andò benissimo e neanche in volo ci fu il benché minimo disagio.

E pensare che spesso ho anche la fortuna di viaggiare con biglietti molto confortevoli: una volta da ragazzino scanzonato mi imbarcai con un amico con un volo charter verso Ibiza. A parte la pittoresca musica da discoteca a palla in volo, a un certo punto il bocchettone dell’aria condizionata (spesso farebbero meglio a chiamarla aria incondizionata per l’aria gelida) comincio a sputare acqua rugginosa sopra i miei capelli, ai tempi fluenti. Io fra lo scherno generale tentai di tamponarla con la Gazzetta dello Sport e feci gran parte del viaggio in questa assurda posizione. O come non pensare all’aeroporto militare di Cesarea in Cappadocia: sembrava la waste land di Elliott e il puzzo di piscio rancido che ci accolse lo ricorderò sempre (nei bagni aeroportuali mi stupisce sempre il numero di siringhe che trovo, credo per iniettarsi farmaci): poco male, eravamo alle porte di uno dei viaggi più belli di sempre e fuori ci aspettava un pulmino per 8 posti che ci avrebbe scorrazzato lungo metà Turchia. Qualche anno prima, sempre in viaggio di piacere verso Istanbul, con altri due amici, rimanemmo bloccati a Munich per neve e ci fecero dormire in un capannone adibito a hotel presso l’aeroporto. Ma eravamo giovani, e in vacanza, e presi quel detour col sorriso di una avventura nell’avventura.

Gli aeroporti di Instanbul e Mosca. Li unisce la follia attorno. A Instanbul ogni volta che atterriamo prendiamo taxi con oltre 200000 chilometri nel motore che si fiondano zigzagando a folle velocità verso Sultanhmet. A Mosca anche se volessero non potrebbero pestare sull’acceleratore: ogni volta entrare o uscire da Domodedovo – il più caotico e grigio fra gli scali da me esperiti – é una giungla di traffico e inquinamento.

Con gli anni la qualità dei voli sono migliorate, soprattutto nei viaggi di lavoro. L’aver conosciuto qualche mese fa un avvocato ebreo americano in un volo verso Toronto mi ha anche reso un minimo più scaltro: durante quel volo non funzionava il sistema di entertainment a bordo e, avendo dieci ore di tempo, mi ha spiegato i segreti per come scrivere un complaint. Adesso sono arrivato a Frankfurt (rimarremo bloccati qui per maltempo fino a domani): l’ho chiamato di nuovo per farmi dare consigli. E mi ha anche detto di aver ottenuto 35 mila miglia per quel complaint sull’entertainment. Io solo 10000…Sto imparando, ma temo che non sarò mai così avveduto.

Un girone dantesco: viaggiatori stranded in fila per il check in

Lunedì 4 dicembre 2017. Ho passato la notte e mi trovo adesso nella camera de Le Meridien di Frankfurt. Ieri sera é stata tutta una fila: per capire cosa fare, dove andare, per fare il check in qui all’hotel. In tanti viaggiatori erano nelle mie condizioni. Stanchi, frustrati, desolati. Momenti fertili per socializzare: la “social catena” di Leopardi. A cena ieri sera ho mangiato davanti a un buon Pinot Nero del Baden insieme a una funzionaria inglese che lavora al Parliament inglese per azionare la brexit. Anche lei vittima della neve e impossibilitata a rientrare a Londra. Durante la notte sarà stato il nervosismo la stanchezza ma ho avuto freddo alle gambe e caldo al busto. Ho dormito senza pigiama non avendo niente con me, eccetto spazzolino e dentifricio gentilmente concessi da Lufthansa (wow, so kind of you!). Fuori la neve tempestosa che ci ha bloccato ieri é diventata adesso pioggia fine, bassa, come quando la prima volta sono arrivato a Narita, a Tokyo, e fui smarrito dall’efficienza robotica che mi avvolgeva. Una sensazione alienante come in un libro di Murakami. Anche la pioggia sembrava avere un ritmo preordinato, una geometria sensata. Non mi ero mai sentito così lontano da casa come quel mattino di pioggia battente appena arrivato in Giappone.

Col volgere del tempo i miei voli si sono pure intensificati. Sono anche diventato babbo una volta, poi due. Allontanarsi dalla propria compagna é difficile, ma in un certo qual senso rende il ritorno “peposo” ed emozionante. É il distacco dalle bambine la parte più difficile. Che bello quando abbiamo volato tutti insieme, prima noi tre poi noi quattro. Ricordo il primo con Matilde per Barcellona, l’emozione nei suoi occhi, il suo stare composta e impettita. Catania, Amsterdam, Parigi, sempre educatissima e zelante nel suo ruolo di brava passeggera. Costanza invece ha vissuto i suoi primi voli con la stessa irriverenza dei suoi primi passi. Polemica, sfrontata, solare: in volo verso Trondheim, con scalo a Copenhagen (nel cui aeroporto c’é un kindergarten favoloso dove cadde dalla scivolo battendo una testata clamorosa che le procurò un livido nero vicino all’occhio per metà vacanza), ci fece dannare…e divertire.

Tempo adesso di farsi una doccia e tornare all’aeroporto di Frankfurt. In pochi giorni ci sono ancora tanti aerei da prendere. Mi aspetta la Cina, poi Hong Kong, poi la Thailandia. Poi casa. Perché la cosa più bella di questi viaggi, che siano di piacere o di lavoro, é poi avere un paese dove tornare. E che, qualsiasi cosa accada, sono un balsamo, una crescita, un confronto con se stessi del quale mi é ormai impossibile fare a meno. Avversità incluse.

Noi siamo “della razza di chi rimane a terra”. Ok, tutto vero carissimo Eugenio. Ma niente può frenarci l’istinto di viaggiare, noi irrequieti come le vorticanti anime in pena d’amore dei lussuriosi descritti da Dante.
L’aereo per Pechino é pronto, 24 ore dopo. Vado a fare il check in.

Prima di lasciare l’hotel e ritentare verso l’aeroporto la via per la Cina!