Esautorarsi

La tisana scotta ma mi conforta: il ginger sbucciato col pelapatate, messo a bollire e tenuto in ebollizione per un bel po’. Poi limone spremuto e un cucchiaio di miele di melata. Mentre Yann Tiersen col suo piano tesse melodie lontane, sorseggio – in pigiama curvo sul divano – la mia taumaturgica bevanda sperando che mi allevi un po’ questa tosse e alleggerisca il mio stato d’animo: peso, grigio, piovoso come il temporale che fuori infastidisce da qualche ora. La casa è parzialmente vuotata. Decine e decine di scatole impilate e portate via. Il 29 maggio la lasceremo per sempre. Il “per sempre” mi ha sempre fregato: non mi piace come concetto, mi intristisce, lo evito ma alla fine ci si deve confrontare. 29 maggio: la data del rogito sancita, ufficializzata. Manca un mese e un giorno. E questa corsa contro il tempo per rendere abitabile Bisarno pare interessare solo a me. Del resto agli altri cosa importa? Cosa hanno da perdere? O da guadagnarci? Mi costringe fisicamente a sgolarmi, fino a sentirmi fioco, a prendermi carico di responsabilità e oneri che mi schiacciano il petto, per far si che tutti gli incastri siano compiuti ed eseguiti bene. A trasformare il pessimismo del pensiero in ottimismo dell’azione. Mi sta insomma esautorando e le serate di giornate come questa, dove anche il lavoro ha giustamente preteso la sua parte, ne sono un chiaro esempio. Tisana finita. Continua a piovere. Vado a dormire.