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Ferdinando, il Vate e il Bonaparte manzoniano.

In giorni in cui a Bisarno ci siamo ingaglioffati in garbugli e noie di ogni tipo, che hanno rallentato fino alla paludosa stasi il già lento incedere dei lavori, mi piace pensare a una persona di qualche secolo fa che, a pochi chilometri da qui, costruì il suo sogno abitativo, un castello in stile eclettico immaginifico e fiabesco: Ferdinando Panciatichi Ximenes e il suo Castello di Sammezzano. Il mio daemon (leggetevi “II  codice dell’anima” di Hillman: il daemon é una delle poche teorie che hanno fatto presa sul mio pensiero scettico e miscredente) mi pone ogni tanto davanti questi modelli, questi exampla, come volermi spronare ad andare avanti senza tentennamenti. Spesso mi trovo “solo” nel pensiero e nell’azione, ed è una sensazione bivalente, che mi esalta e mi inquieta al contempo. Certe cose so di volerle fare, sento di doverle realizzare, e in certi momenti questa coazione inconscia è tracimante. E così, in treno verso Milano, sono casualmente (o forse non casualmente) incappato in un numero abbandonato dal passeggero precedente di Vogue Casa: sfogliandolo per curiosità, mi sono imbattuto in un articolo scritto peraltro molto bene – e mi dispiace non ricordare il nome dell’autore – sul Castello di Sammezzano e sulla visione del mondo del suo artiere, il buon Ferdinando. Mutatis mutandis, qualche secolo dopo Gabriele D’Annunzio avrebbe creato il suo complesso, il Vittoriale, come proiezione brillante del suo ego, della sua “vita inimitabile”. Bisarno é una semplice struttura contadina, non é né un castello di stile moresco né il correlativo maestoso e scintillante dell’animo gonfio e tonitruante del vate pescarese. Ma non è questo il punto, la sinestesia è un’altra: io condivido col Panciatichi non le risorse e la maestria architettonica, ma le inquietudini anarchiche, la voglia di affermarsi con una colonna policroma e una sequoia secolare; col Vate non il fascismo in nuce o certi eccessi di maniera, ma l’ego un po’ tronfio e le ambizioni di proiettare in una dimora le sue gesta (anche se nessuna deriva museale o egotica vorrei fosse mai percepita a casa mia). E mi va di pensare in queste ore pastose e faticose a una casa che un giorno possa davvero raccontarmi ed esprimermi, e raccontare ed esprimere quello spirito che la ha generata e plasmata negli anni, anche quando non ci sarò più e “pulvis fuimus”. E infine, ennesima casualità forse non casuale, mi accorgo – giusto ora alla fine di questo sproloquiare – che é il 5 Maggio: nel 1821 moriva Napoleone, altro tizio che visse la sua vita “a rebour”, contro corrente, come Ferdinando e come D’Annunzio: il buon Manzoni ne compose una ode bellissima che al liceo facevo fatica a capire ma che oggi mi pare splendida, sofferta, terrestre e divina, di grande ispirazione, soprattutto nella chiusa, lenta, dolce che ritrae Bonaparte sul letto di morte a confronto con sè, il suo passato e le paure di un domani non necessariamente carezzato dalle sicurezze cristiane dell’aldilà, dopo una vita trascorsa a scrivere la storia con le sue azioni: “Tu dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola: / il Dio che atterra e suscita / che affanna e che consola / sulla deserta coltrice / accanto a lui posò”. Oggi il mio daemon mi ha aiutato così.

Una sala di Sammezzano.

Una stanza del Vittoriale, piena di oggetti che ricordano le gesta del vate.