Il Cilento. Il destino e l’arte della vita.

La coda ultima e malinconica del nostro viaggio si è svolta in Cilento, una piccola area di collina e mare a sud di Salerno, in Campania.

Avevamo affittato per qualche giorno un casale dell’Ottocento, con pietre a vista e con un meraviglioso parco di agrumi, aromatiche, muretti, pozzo, forni, pomodorini, ai piedi del borgo di Castellabate. Un po’ Casale San Pietro, questo il nome, ricorda una struttura signorile toscana, in altri anche Bisarno, casa mia.

L’arrivo è stato spettacolare: provenivamo dalla Sicilia e salendo abbiamo percorso la via della mozzarella, con tutti i caseifici di bufala a tentarci, e poi la litoranea e, nell’ultimissimo tratto, siamo saliti verso il paese di Castellabate. A un chilometro circa dal centro del paese, nella frazione San Pietro, si ergeva il casale.

Tutta l’area è un saliscendi fertile e ben tenuto, con piccoli paesi, fattorie, molti caseifici, atmosfere anticate. Il mare è pulito, vissuto con molti pescherecci, tante spiagge, bei colori. L’arte è tanta, sia naturale che umana (Paestum è uno dei siti archeologici più affascinanti mai visitati), ci sono borghi meravigliosi in pietra e la produzione della Bufala, beh, rende il tutto estremamente godurioso. Così come i vini, i salumi, le verdure, i pesci…

Una capacità di unire il bello e il buono che mi ha rapito. E che mi ha fatto sentire atmosfere ben note, di casa, toscane.

E non è una percezione sbagliata. Documentandomi un po’, ho letto che la più accreditata ipotesi sull’origine del termine Cilento provenga da Cilens, il dio del destino, una divinità etrusca molto potente e presente in davvero pochi culti, per la sua imprevedibilità e cattiveria.

Gli Etruschi raggiunsero anche alcune zone del sud, fra cui quella geograficamente associata al Cilento! Gli Etruschi con la loro capacità di godersi la vita. Di valorizzare la donna. L’attenzione sul presente. Questo lascito è emozionalmente evidente in Cilento. Un fazzoletto di modus vivendi etrusco che unisce la mia Toscana col Cilento che mi ha quasi adottato.

E un particolare mi ha fatto ulteriormente scattare questa scintilla. Dopo aver ammirato il parco archeologico di Paestum (alias Poseidonia), una area molto circoscritta e ancora ben preservata, con alcuni templi sublimi, tipo quello di Atena e di Ercole, sono andato a visitare il museo limitrofo, che raccoglie uno dei reperti più evocativi dell’antichità, la tomba del tuffatore.

Si tratta di una tomba in pietra di età antica che, scoperchiata – lo scoperchiamento, e la scoperta, sono recenti, del 1968 – ha rivelato una serie di illustrazioni all’interno.

Scene di un convivio, con amore fra due giovanotti, una partita di cottabos, calici gonfi di vino, immagini insomma liete, e, fra queste, la più misteriosa poiù più difficilmente inquadrabile. Una figura umana in atto di compiere un tuffo.

Quale è il significato di questo tuffo, accanto a scene di vita conviviale che celebrano lo stare insieme e il gioco? Si può ipotizzare la celebrazione di un atleta, di uno sport, ma il tuffo non era considerato tale. Molto probabilmente quel tuffo è una metafora: tuffarsi a capofitto nei piaceri della vita – il gioco, l’amicizia, l’amore, la filosofia, il cibo, il vino – perchè Cilens, il dio del destino, non sai mai cosa possa avere in serbo per te, e allora, carpe diem, scegliti un territorio benedetto da dio, coltivalo con grazia, abitalo con stile, ricavaci bontà, accanto a un mare che apre gli orizzonti e i pensieri, ed ecco il Cilento.

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