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Il pessimismo in quarantena. Scritto ironico.

Eh sì. Siamo in confino nelle nostre abitazioni. Anche se parrebbe che fra qualche giorno si possa ricominciare a fare qualcosa: quello sì, l’altro no, le scommesse certo, al ristorante giammai: una congerie questo rientro progressivo che quasi mi ricorda il “vietato l’ingresso agli Ebrei” negli anni 30. Certo, una pandemia sta sconvolgendo il mondo e c’è poco da essere filodemocratici o troppo catto-comunisti. Tapparsi il naso e via. Del resto l’economia è in grave sofferenza e piccoli negozi, ristoranti, hotel rischiano la chiusura definitiva. Tensioni sociali stanno affacciandosi (i leoni da tastiera stanno affilando le unghie digitali) e le politiche – italiane, comunitarie, globali – tardano e stentano a dare risposte. Un disastro, a dirla tutta, anche le risposte che le nostre strutture sanitarie hanno saputo offrire: nessun modello previsionale, una sottostima del pericolo, un lockdown tardivo, pochi, pochissimi tamponi e i focolai mai del tutto isolati. E meno male che i nostri operatori sanitari sono una eccellenza. Ma sono come i gladiatori contro le bestie al Colosseo per il ludus dei patrizi: lasciati soli in mercè del virus. In tutto questo desolante scenario, la nuova normalità a cui tutti dovremmo progressivamente riabituarsi fa cilecca, più dei patetici tentativi di trovare una cura o un vaccino contro il virus: le architetture digitali che avrebbero dovuto accorciare le distanze stanno fallendo causa inadeguatezza dei vari gestori e lo smart working, o lavoro agile, e la didattica a distanza, sono una palese distopia: il contatto fisico (visivo e non solo), sia fra bambini che per gli adulti, è essenziale per qualsiasi interazione funzionale.

Io per primo, durante questi giorni, ho subito ore di videoconferenze funestate da irruzioni di bambini esagitati, gatti in amore a gemere in diretta, connessioni più incerte di una valuta sudamericana, preamboli oziosi del tutto inutili…Insomma, una vera e propria prigionia, altro che una rivoluzione in meglio.

E se per caso sei tu, come sono io, l’eletto, lo scelto, il condannato alla spesa settimanale, beh, qualsiasi yoga praticato al mattino, qualsiasi resilienza attuata, qualsiasi mindfulness di gentile comprensione messa in campo, la coda scaglionata – quella gestita da rabidi soldati del Mossad e dal KGB scesi apposta a Pontassieve per disciplinarti in attesa di entrare nell’utero della grande madre Coop, ecco, quella coda e quelle due ore, rilettura inclusa, polemiche dei parenti anziani per le mancanze dei prodotti elencanti nella loro lista spesa, inviatati via piccione, telegraf, fax, amico di Wuhan che ha capito tutto, tutto questo ti renderà questo periodo – ormai sono 2 mesi, 2 mesi, un incubo. Un incubo reale.

Vero, vero, finirà prima o poi questa emergenza sanitaria, torneremo fuori, a ristorante, a stare bene tutti assieme (si, come no! Con i divisori in plexiglass e un’atmosfera da terapia intensiva!), torneremo a viaggiare (certo, senza neanche un euro in tasca e con la paura del contagio, poi dove?), torneremo ad abbracciarsi (che poi, mica prima ci si abbracciava fissi…io avevo poca voglia prima, figuriamoci dopo).

Finirà, si, giusto il tempo dell’arrivo del’autunno, e dell’inverno, e dell’arrivo pressochè certo di quella nuova. E di nuovi tutti a casa, agli arresti domiciliari. Se le cose potranno andare male, lo andranno. Caro Murphy, la tua legge è la più grande verità mai letta.

Edit. Tutto quello che ho scritto non lo penso…è solo un esercizio di scrittura