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Il pollice verde

Non so se abbia o no il pollice verde. Tuttavia la storia dell’orto, e degli spazi verdi qui a Bisarno, mi sta appassionando e cominciando a restituire le prime soddisfazioni. 

Tutto é cominciato con gli alberi da frutto, che ho piantato per le varie zone del giardino. A parte il pesco noce, che ha fatto la bolla, e un astone di ciliegio mai partito, gli alberelli prosperano. Molti di questi daranno già i loro frutti quest’estate – mandorle, fichi, albicocchi, mele – per poi addentrarsi fino all’autunno coi melograni, i cachi e gli storici noci e giuggioli.

Poi i peperoncini, seminati alcuni e altri invece portati in vaso da piantine acquistate ai vivai. Sono più o meno fioriti tutti, qualcuno ha già i primi piccoli verdognoli frutti. Chupetinho, Habanero, Trinidad Douglas, 7 Pod, Long Horn Thunder Mountains, il più piccante di tutti, il Carolina Reaper, invero questo malaticcio, il Bacio di Satana, il Fatalii Red, Bhut Jalokia etc. Sono quasi venti, in vasi più o meno ampi, a dividere il lastricato dall’erba. 

Già, l’erba: le pioggia che hanno sferzato maggio hanno aiutato una semina un po’ tardiva a riguadagnare tempo e oggi ho un bel pratino davanti casa e la voglia di allargarsi ancora un po’, visto quanto piace alle bambine giocarci sopra e a noi metterci la sdraio. 

Poi la bordura delle aromatiche: ho una piccola scarpatina, di circa 10 metri, che separa la strada sottostante all’aia di casa mia che ho pensato di dedicare alle piante che producono profumi. Su tutte lavanda e rosmarino, con anche degli esemplari di mirto, il mio preferito, salvia (già fritta più volte), timo, corbezzolo, santolina e erica. I profumi sono già intensi e qualche giorno ancora e la lavanda alzerà le sue spighe viola dal fresco sapore di incenso. 

Ho anche quattro piante di agrumi a cui, quando potrò, vorrei dedicare una piccola serra, per proteggerli dal freddo: un limone, un arancio, un cedro e un chinotto. 

Poi le viti del pergolato: uva Maraviglia e Re dei Mori, a cui si sono aggiunte due viti da vino di Sangiovese che ho messo giù nell’orto.

Ma soprattutto, ed é la parte che più mi richiede tempo e abnegazione, ho impostato – coadiuvato come sempre da babbo, suocero e vicino di casa – un orto. Prima seminando, come avevo raccontato in un post precedente, in un semenzaio, tanti semini che hanno portato, mirabile visu, a tante piantine sane e rigogliose. Le stesse sono state dopo un po’ trapiantate sotto il porcile (friggitelli, cavolo nero, zucchine fiorentine, melanzane Violette e cipolle rosse di Tropea), sotto il muro della concimaia (pomodori del Salento) e in due vasche dedicate assemblate con cordoli di calcestruzzo, che a qualcuno ricordano dei loculi, a me piacciono moltissimo: popone bianco, cavoletti di Bruxelles, pomodoro Costoluto e pomodoro Principe Borghese. 

Tutti i giorni, una parte al mattino, una parte alla sera, mi dedico alle piante. Annaffiando, sfemminellando, controllando i parassiti, la vigoria, gli eventuali frutti, i fiori, le sofferenze, le foglie macchiate o mangiucchiate, se estetizzano l’ambiente, i loro profumi (le foglie di fico e di pomodoro sono fragrantissime!), potando, cimando, carezzando. 

Non so quanto durerà, perché le mie giornate sono molto piene e con tante giornate fuori dall’Italia, ma per adesso, mi piace e mi rilassa!1