La madeleine della bacoccola.

Quando eravamo bambini, la mia cugina più piccola aveva una simpatica stortura fonetica, che in famiglia diventava sempre l’oggetto di grandi risate. Una delle parole più divertenti, se pronunciate da L., era bacoccola, il termine con cui chiamiamo in Toscana, o per lo meno nel fiorentino, i galbuli, le bacche dei cipressi. Ed era mio babbo quello che più di tutti sollecitava la pronuncia di questa parola, durante le nostre giratine domenicali per le bellezze delle nostre campagne, in cui i cipressi, e le bacoccole a terra, con le squame già aperte e rinsecchite, erano onnipresenti. E quanto ci divertivamo in questo gioco stupidissimo e allegro. Grandi e piccini.

Ieri era una giornata mite, dolce, in cui del tutto casualmente – stavo zappettando i biancospini – ho alzato la schiena e mi sono trovato di fronte alle bacoccole, ancora in pianta, dei miei cipressi. Sono cipressi giovani e sono andati a frutto per la prima volta quest’anno.

E’ stato un attimo, un tuffo nel passato, e mi è tornata subito a mente la sua voce, anzi, ho sentito la sua voce chiedere alla mia cugina “L., come si chiamano queste?”, mentre io guardavo intontito le mie bacoccole trent’anni dopo, uomo di 45 anni, più grande di quanto lo era lui allora, e le sue squillanti, dolcissime risate alla di lei farfugliata risposta. Tutto è durato poco più di qualche secondo: inatteso, avvolgente, improvviso, bello, affettuoso.

Il babbo era lì con me. O ero io di nuovo là, trent’anni fa con lui. Nelle spire dell’atemporalità schiuse da una bacoccola un caldo martedi di inizio novembre. Mi sono asciugato le lacrime e ho ripreso, curvo, a zappettare i biancospini.

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