La Pieve di Romena

In un fazzoletto boscoso strappato al tempo e alla civilizzazione disattenta, piccolo poche decine di chilometri quadri, fra i clangori delle armi e i silenzi dei pellegrini, fra il misticismo medievale e nell’assoluto della natura, fra cervi e lupi, trova compiuta narrazione la storia di Romena, della sua Pieve e del suo Castello.

Ci troviamo in Toscana, in Casentino, non lontano da Stia.

La Pieve di Romena emana rigore e spiritualità. Fu edificata nel 1152, in “tempore famis MCLII”, come si legge in uno dei capitelli al suo interno, cioè in tempo di carestia. L’etimo Romena deriva dall’etrusco Rumine, di significato incerto. Nello stesso luogo della Pieve, numerosi reperti etruschi e romani ci dicono che nello stesso luogo vi fossero prima un tempio etrusco e poi un altare pagano. Non siamo lontani dalla Verna e da Camaldoli. E sulla strada che conduce a Roma.

Una strada che parte dalla Pieve, percorribile a piedi, si inerpica fino a condurre all’altra grande architettura dell’area, il Castello di Romena.  Il Castello, oggi un rudere, era un tempo un maniero austero e signorile, gioiello del romanico e uno dei punti focali del Casentino Dalla piazza d’armi del Castello di Romena, si vede il monte Falterona a nord, il monte dove nasce l’Arno. A sud lo sguardo volge verso Poppi, all’altro grande castello, come quello di Romena, dei Conti Guidi.

Sono lunghi vissuti e percorsi anche da due grandi personaggi italiani: Dante, nel Trecento, e Gabriele D’Annunzio, a inizio Novecento, seicento anni dopo circa.

Dopo la Battaglia di Campaldino del 1289, dove Dante aveva combattuto per Firenze, diversi anni dopo lo stesso Dante si trova esiliato e trascorre del tempo ospite dei Conti Guidi, signori del Casentino.

Non si ha l’esatta cognizione di quanto tempo Dante abbia trascorso in Casentino, abbiamo invece certezza di quanto quel periodo sia stato determinante per Dante, per la sua biografia e per la sua produzione artistica. Pare che il Castello presentasse delle prigioni particolarmente invalicabili, e che fosse noto per l’efferatezza dei suoi sistemi di prigionia, e che questi abbiano ispirato Dante per la definizione del sistema a imbuto dell’Inferno. Nel Castello infatti si svolgevano sommari processi, in una sala denominata delle sentenze e, a seconda della gravità del delitto, i condannati venivano calati con delle funi nelle segrete del Castello. I disgraziati che venivano ritenuti colpevoli dei reati più efferati, e quindi calati nella parte più bassa, venivano lasciati morire di freddo e fame in quegli ambienti spettrali e claustrofobici. Tutto avveniva alla vista di tutti. Un’atmosfera davvero infernale che colpì molto Dante.

Inoltre, lungo la strada fra Pieve e Castello, con una piccola deviazione, si trova la famosa Fonde Branda, citata da Dante nel canto XXX dell’Inferno a memoria di un episodio di cronaca nera che vide come protagonista uno degli abitanti del Castello, il falsario di monete Maestro Adamo da Brescia, che, nella bolgia dei falsari, così parla:

Ivi e’ Romena la’ dov’ io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’ io il corpo su arso lasciai

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

Il Maestro Adamo su commissione dei Conti Guidi suoi signori, Guido e Alessandro, falsificava i fiorini d’oro (“la lega suggellata del Batista”) della Repubblica fiorentina e che per questo, scoperto, fu giustiziato poco lontano dal Castello.

Dante in Casentino si imbibì quindi sia della spiritualità dei luoghi, della loro bellezza, ma anche degli aspetti più cupi, gotici e sanguinari del Medioevo.

D’Annunzio invece visse un Casentino e una Romena più moderna, col suo fare “inimitabile”. Attratto dal misticismo e dagli spettacolari paesaggi naturali, si dice che D’Annunzio amasse cavalcare nudo per quei luoghi. Spesso si faceva raggiungere anche da Eleonora Duse, e che non rare fossero le loro schermaglie d’amore. Nella piazza d’armi del Castello, D’Annunzio scrisse parte della sua opera Alcyone.

Io, che non sono né Dante né D’Annunzio, né particolarmente sensibile ai pungoli misticheggianti, trovo una pace atavica e rassicurante ogni volta che cammino questi luoghi, che dalla Pieve mi inerpico verso il Castello.

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