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La tartaruga, Vinitaly e una veloce lentezza.

Questa sera, alle 22.00 del 9 aprile ho cominciato il trasloco per Bisarno. Vestiti invernali, che ho migrato dall’armadio verso una enorme scatola di cartone, per adesso addossata al nostro letto. Lentamente, senza subire la fretta che ci attanaglierà nei giorni di passaggio fra fine maggio e inizio giugno. Con studiata calma. Dice la canzone “La Tartaruga” di Bruno Lauzi – che le bambine adorano – che, una volta, la tartaruga fosse un animale che correva veloce. Fin quando non ebbe un incidente, “si ruppe qualche dente”, e nel rallentare “trova la felicità”: “un bosco di carote, un mare di gelato che correndo troppo non aveva mai notato”, e persino l’amore: “un biondo tartarugo corazzato”. Una favola che ho proiettato su di me, sulle mie ansie, sulle mie volontà di controllo e sulle mie preoccupazioni, tutte vissute a pieni ritmi, “correndo troppo” appunto: e se rallentando non trovassi anche io la mia felicità? I miei equilibri? In ogni mia situazione: nel restauro di Bisarno, ma anche a lavoro. Questo rifletto mentre preparo la valigia per il Vinitaly di domani.

Con quanta smania ho sempre affrontato i Vinitaly, soprattutto i primi, per esempio? Quasi come se per me avesse sempre contato il dover esserci, il salutare tutti, il voler partecipare al circo, il cercare di essere un ingranaggio che non cigola. Questo sarà il Vinitaly numero quattordici.

Il primo, ancora stageur al Chianti Classico, ho vissuto l’emozione di andarci, anche solo per una mezza giornata, il venerdì, e ancora ricordo il piacere di quella conquistata prima volta. Non ero riuscito neanche a fare troppi assaggi: mi imbarazzavo a chiedere. E che fila al ritorno in auto.

Al secondo Vinitaly, nel 2005, ancora non coinvolto professionalmente, ero salito a Verona per puro divertimento e voglia di vino insieme all’amico Roberto e dormimmo in un convento in mezzo alle suore.

O ancora il primo Vinitaly da Ruffino nel 2007, il quarto in totale dopo i primi tre da galletto nero, quando trascorsi tutte le cene insieme agli ex colleghi del Chianti Classico: certo non ci feci bella figura coi nuovi, ma quanto mi mancava il Consorzio.
A Vinitaly ho vissuto Velenitaly. Un anno ho subito un attacco stupido dal Corriere della Sera sui Tavarnelli di Montalcino.
Una volta col mio collega Damiano ci siamo trovati a dormire in una stanza di universitarie che avevano lasciato la camera senza cambiare lenzuola, nè togliere le spazzole accanto al lavabo, o svuotare i comodini e pulire la cucina e la casa. Durante uno dei miei Vinitaly é morto Giovanni Paolo II: quel giorno una Fiorentina oscena e sgangherata pareggiò 3 a 3 con la Juve. Gran gol di un giovane Pazzini, peraltro.
Un anno il clima aziendale era così peso che decisi di evitare accuratamente ogni cena. Un altro mi avevano preso in giro perché mi muovevo con un impermeabile beige di due taglie sopra che avevo ereditato dal nonno deceduto e obiettivamente mi stava enorme, oltre a farmi apparire fuori dal tempo.
Nel 2011 durante una passeggiata notturna in piazza delle Erbe (Verona è una città bellissima), stranito per l’imminente rivoluzione che avrebbe riguardato a breve la mia vita, osservavo la vetrina di un negozio di abbigliamento per bambini, “Le petit bateau”: di lì a pochi mesi sarebbe arrivata Matilde. Penso anche alle volte (poche) in cui sono riuscito a godermi uno spritz prima di ingaglioffarmi in cene dove si gusta cavallo, asino, risotto e ci si appesantisce con l’Amarone, che manco mi piace troppo, e a godere della compagnia dei colleghi.
Lo scorso anno avevamo dato il lá alla splendida avventura de “La Toscana di Ruffino”, con una presentazione in mezzo al caos, dove ricordo dovetti urlare per farmi sentire. 
La prima scatola di abiti per il trasloco è pronta. La Laura, così come le bambine dormono. Chiudo anche la valigia. Ormai sono diventato bravo e ho ridotto al minimo ingombro e peso.
Domani mattina di buona ora mi aspetta Vinitaly e una stagione di cambiamenti lunga e intensa, da gustarmi – come insegna Lauzi e la sua tartaruga – con veloce lentezza.