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Lo studio nella torre e la bellezza dei colori cupi.

Lo studio nella stanza torre.

Diluvio domenicale. Sono nella stanza studio della torre. Un ambiente recentemente ristrutturato che accoglie me e Laura, e i miei cognati quando sono in Italia, con diverse modalità e finalità. E anche le bambine lo stanno pericolosamente puntando come ulteriore zona per i loro giuochi, ma le terremo lontane!

Io, ho appena finito di prendermi del tempo un po’ per me – un libro di Kabat-Zinn, dei respiri profondi, un po’ di scrittura intimista – cercando di assaporare questa giornata di classico autunno, bella nei suoi colori tetri e per le atmosfere che crea: le bambine che in camera loro giocano ai disegni di Halloween, con Mati che insegna a Costanza a scrivere il suo nome e il suo cognome. Laura che in cucina prepara i calamari al forno e il pomodori in padella. Il ticchiettio della pioggia sulla finestra arcuata che guarda la cipressaia di Nipozzano. Il vento che agita i noci e graffia e urla. L’orto invernale, su cui ci siamo armamentati anche ieri, intriso di nutriente acqua, che da stanotte batte copiosa da un cielo gonfio di promesse grigie e tonitruanti. Un sibilo del treno di lontano. Latrati di cani neri.

Investo tutto me stesso in questo presente atemporale: faccio un po’ di fatica – quel che era e quel che dovrà essere si affacciano costantemente nella mia mente – ma riesco a viverlo, a sentirne i sensi, di questo maledetto qui e ora, e a mettermelo addosso come una mantella calda, un po’ larga, affettuosa e avvolgente. In attesa di un presente migliore.