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Nebbia.

Nebbia. Qualche uccello in volo. Il ciliegio in riposo.

Sono giorni di nebbia. Umidi, di quell’umido che ti penetra le ossa, fa starnutire, dolere la gola, inasprire il respiro. La nebbia nasconde i colori di questo strano autunno, non più caldo, ancora non freddo, con fiammanti graffi di arancio – i melograni, i diosperi, i giuggioli grinzosi  – a strappare via questa malinconica cortina grigia. Controluce al mattino si intravedono una infinità di ragnatele, geometriche, armoniche, quasi ipnotiche. Struggenti e bellissime.

Stamani, poco prima delle 8, mentre Matilde stava finendo di prepararsi, sono scivolato fuori di casa e mi sono messo a fotografarne alcune. Nel muovermi ho spaventato un gruppo di fagiani che si è levato alto dal campo di erba medica, perdendosi in breve tempo nella fitta nebbia.

Rientrando dall’orto, ho osservato che sono spuntate le prime fave, il cui colore acceso pareva una virgola di luce fluo fra il bruno cupo del terriccio e il grigio fumo del cielo. Una di questi germogli era però disallineato rispetto ai suoi fratellini, ai mie occhi ansiosi di bello quasi turbando il senso estetico del quadro di questo mattino. Io, come volendo allinearmi alle geometrie delle ragnatele e della natura, l’ho eradicato con molta attenzione e ripiantato a un sesto di impianto più scandito.  Una operazione di pura pedanteria, forse, ma che ha restituito un po’ di bellezza in più all’orto. Le fave, alias baccelli, spunteranno e cresceranno durante tutto l’inverno, rilasciando nel terreno azoto, e a marzo mangeremo i loro frutti, in un pesto o con un pecorino fresco. Marzo, agli albori di una primavera che oggi è molto lontana. Intanto ci teniamo stretti la nebbia.

Nebbia, Giovanni Pascoli.

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli,
d’aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valerïane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
Che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane…

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

Una ragnatela nel corbezzolo in fiore.