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Strenia, Gesù e quel pacco di Santa Klaus.

Natale è ormai dietro le porte: quasi tutte le decorazioni natalizie sono state apprestate, secondo tradizione, l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, anche se – in quest’anno difficile – molti di noi, quorum ego, a causa delle insistenti richieste upupolesche, hanno anticipato gli addobbi sin da fine novembre.

Alberi, festoni, luci intermittenti si stagliano dalle finestre delle case. L’atmosfera è suggestiva, visto quanto poca la si possa respirare nelle vie delle città e dei paesi, le proprie abitazioni sono più che mai il nido dove concentrare le attenzioni. A casa mia, un bell’abete bianco, accanto alla vecchia bocca in pietra del forno del pane. E ai piedi dell’albero, tanti pacchi, su cui quest’anno si stanno concentrando le mie attenzioni lavorative.

Infatti, dopo gli addobbi, un rituale imperdibile che precede il Natale è la ricerca dei doni per i bambini e i propri cari. E’ un rituale antico, ancestrale, sporcato ultimamente da un eccesso di consumismo ma che, a guardarlo con lo sguardo un po’ malinconico di questo Natale, ha in sé la dolcezza di un gesto d’amore e un invito a una consuetudine d’affetti, nella sua accezione più alta e nobile.

Rispetto a quanto creduto, l’usanza di scambiarsi doni a Natale non ha origini religiose. Nell’antica Roma, a fine anno, si era soliti scambiarsi dei doni – rametti di alloro, piccole cose, la valenza era come vedremo adesso simbolica – in onore della dea Strenia, deità associata alla prosperità e alla buona fortuna: un augurio insomma per un anno migliore. Attuale eh? Quest’anno, in effetti, vale proprio la pena di fare delle strenne, sostantivo associato al regalo che deriva, come quasi la totalità delle parole italiano, dal latino e dalla dea della prosperità, appunto.

E’ ben più noto invece l’utilizzo qualche secolo dopo in ambito cattolico: nasce Gesù Bambino e i re magi recano al neonato i loro doni: oro, incenso e mirra. E progressivamente, a seguito di quel fenomeno noto come “cristianizzazione dell’impero” le due tradizioni si miscelano e si perpetrano fino all’epoca moderna.

In epoca moderna entra in scena una terza figura fra Strenia e Gesù Bambino, forse la più nota e icastica raffigurazione del Natale: Santa Claus, ovvero Babbo Natale. Santa Claus (Sinterklaas in olandese) era un vescovo della città di Myra, nell’attuale Turchia, ai tempi nell’Impero Romano D’Oriente, noto per la sua bontà verso i bambini. Gli olandesi ne consacrarono il culto nel XVI secolo e da allora il Natale venne associato non più a Strenia, non solo a Gesù Bambino, ma soprattutto a Santa Claus, in italiano Babbo Natale.

Come si accennava all’inizio di questo viaggio nel tempo alla ricerca del significato e delle origini dei doni di Natale, l’ultimo secolo ha acuito una deriva consumistica di Babbo Natale e del concetto dei regali. Quest’anno però è bello ricordare come la prima pagina di questa storia sia stata scritta dai piccoli rametti che venivano scambiati in onore della dea Strenia, con l’augurio che la stessa garantisse un anno fecondo, prospero e di buona fortuna.

Un 2021 così, sarebbe la strenna più bella per tutti! Noi, intanto, continuiamo a porre pacchi colorati e di fogge diverse ai piedi del nostro albero.