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Sydney Sibilia

Leggere e guardare film sono due passioni che mi hanno accompagnato da sempre. Soprattutto il cinema.

Mi ricordo le sale vuote dei mercoledì a prezzo speciale. Le serate universitarie. Le rassegne e i cineforum. Non c’è arte che mi seduca di più della settima: la cinematografia. A casa negli ultimi anni mi sono tolto lo sfizio di crearmi una sala cinema, con un bel proiettore, un blu ray (o servizi in streaming) e un discreto impianto audio. Il tutto perfettibile ma lo spettacolo è garantito. E anche la macchina per fare i pop corn contribuisce non poco all’atmosfera. Ah, e delle vecchie sale cinematografiche abbiamo anche la scomodità delle sedute che mi (e ci: lo guardo spesso con le bambine) costringono all’attenzione più che al relax!

E quindi nasce una nuova categoria del blog, Libri e film, con l’approccio di raccontare le mie visioni e le mie letture, senza toni giudicanti ma ancorandole al mio vissuto, e a quello che mi hanno fatto provare.

Cominciamo dal cinema e parlando di un giovane regista, classe 82, il salernitano Sydney Sibilia, che non conoscevo ma di cui mi sono invaghito unendo i trattini su dei film che mi sono piaciuti particolarmente e che ho notato essere firmati dalla stessa regia. Mi riferisco alla spettacolare trilogia “Smetto quando voglio”, al delizioso recentissimo “L’incredibile storia dell’isola delle rose” e anche, indirettamente – avendo operato “solo” da producer, a “Il campione”.

La trilogia “Smetto quando voglio” racconta di un gruppo di ricercatori italiani che non trovano valorizzazione professionale nel nostro bel paese, se non in un criminoso e tragico progetto criminale che ne sancisce un riscatto sociale. Contro e fuori il sistema anche il protagonista, qui una storia vera, dell’isola delle rose: un ingegnere svagato e sognatore che realizza il suo stato in una piattaforma a largo di Rimini, esasperando il clima libertino e anticonformista del 68 e creando un casus internazionale che coinvolge anche il Vaticano, le Nazioni Unite oltre alla Itali(etta) della DC.

Non svelo altro delle trama perchè sono davvero dei film da godersi di cui è ben chiara anche a occhi meno critici la stessa mano. Sono film molto colti, con dialoghi espressione di una scrittura e aggiungo di una recitazione molto raffinata, quasi teatrale – atipici da trovare al cinema, dove di solito si preferisce un mimetismo linguistico tagliato sui personaggi. Sono film in cui troneggia l’umorismo rispetto alla comicità: si ride in tutti i film, ma per tematiche tragiche, amare. Le scelte di fotografia: colori saturi, talvolta innaturali, da far pensare di aver regolato male i toni nel televisore…ma coerenti con quello che si vuole dire. Anche questo è un approccio che rifugge l’idea della rappresentazione fedele della realtà a favore di una fotografia che cerca di raccontare gli stati d’animo e di dare un messaggio. E infine la regia, coi ritmi e le gag che mi ricordano le dinamiche dei videogiochi. Davvero delle delizie questi film che irrorano il cinema italiano di un filone nuovo, che avevo intravisto nel Mainetti di Lo chiamavano Jeeg Robot.

Un bravo a Sibilia e il mio personale consiglio di guardarsi tutti i suoi film. Ahimè, non sono ancora molti, e personalmente non vedo l’ora che ne faccia altri.