BAR(N)

BAR(N) è il laboratorio creativo, un po’ studio un po’ wine-bar, nel fienile di Bisarno.

Barn infatti è una parola inglese che significa fienile. Le quattro lettere b a r n sono contenute in Bisarno. Così come le tre di b a r, che rievocano l’antica funzione di cantina, coi tini di vinificazione della fattoria che una volta si trovavano nel piano seminterrato del fienile, l’attuale alcova di BAR(N). Insomma, un nome che si è auto suggerito e che ha consonanze quasi magiche: ne sarebbe fiero Quineau!

BAR(N) è il luogo dove far fiorire idee e progetti, filosofeggiare e sorridere, lasciare un segno, attraverso un modello antichissimo e sublime da sempre praticato in questi ambienti, il simposio, così caro ai raffinati etruschi che proprio qui avevano un piccolo insediamento.

Bisarno, il suo genius loci, ha sempre accolto creatività, spronato spirito libero, ingegno, design di riuso. Infine e soprattutto, ha contribuito a generare bellezza. La bellezza che dobbiamo inseguire sempre. La bellezza che ci nutre e che proveremo a vezzeggiare.

L’idea é quella di evocare l’anima di questo ambiente anche attraverso le architetture e gli arredi e un calice, o due, di vino. Il contenitore che si fa contenuto. BAR(N) è un open space, con un suggestivo soffitto a volte di mattoni e a terra rugose pianelle di cotto toscano. Fin qui, un classico ambiente da fienile toscano. Su questi stilemi classici abbiamo innestato un po’ di pezzi di riuso, divertendoci non poco.

Intanto l’austera stufa a legna in ghisa, presente chissà da quanto e recuperata dagli strali e dai graffi dell’usura, ci abbraccia di tiepido calore quando il tempo è inclemente. Poi, la cantina, la prima e unica di Bisarno, creata la dove vi erano i tini di vinificazione della fattoria, installando due fogli di rete elettrosaldata a maglia di 10 cm: il risultato è suggestivo, ipnotico e molto caldo. La cantina è completata da un altro elemento di riuso, a esaltarne ancora di più l’aspetto fruitivo e conviviale: una postazione da lavoro di un ufficio postale, risalente agli anni ’70, tutta in lamiera e con linee rigorose e fordiste, con un pianale per smaltire le lettere e una parete verticale attrezzata con delle teche portalettere (che il postino si organizzava prima della sua gita giornaliera di consegne) è stata trasformata, scaldata e convertita in un bancone-bar, con un lavello in rame aggiunto. Nelle teche, adesso, non più buste e fogli ma gli strumenti di preparazione per cocktail e degustazione.

Il bancone-bar, con la sua alta schiena per le teche, divide l’altra zona, l’altra anima dell’open space, quella di studio / pensatoio, con una libreria in tubolare di ferro a base quadrata, di gusto molto indie e anche un pizzico industrial, la tavola “fratina” che era in casa dei miei genitori e un divano letto dove spiaggiarsi quando morfeo vince sullo spirito dionisiaco.

Decisamente il luogo migliore per scolpire il mio fisico da sollevatore di ipotesi e affinare le mie doti da comunicatore.