…Dresden.

La cavalcata wagneriana, l’iter pannonicum, i giorni di lavoro in Germania sono proseguiti con l’ascesa in auto verso Dresden. 
Autostrada molto bella e a metà tragitto circa ci siamo fermati a un autogrill ben organizzato che però aveva i tornelli per i bagni e che ha preteso un ticket di 70 centesimi per permettere la necessaria minzione. Cappuccino indecoroso mentre cookie niente male, dominato dal burro e dal cioccolato ma gradevole.
Una pioggerellina costante e fredda, oserei fra il sovietico e il bladerunneriano, ci ha scortato fino all’arrivo in questa malinconica e grigia città che rivela una bellezza barocca ingrigita, bombardata, sofferente. Ho passeggiato per poche decine di minuti il centro storico sviluppato attorno al fiume Elba. Dresden é chiamata la Firenze della Germania e in effetti, mutatis mutandis, qualche analogia l’ho vagamente intravista. In effetti c’é un bel fiume, Elba, ci sono palazzi, chiese – la più importante ricostruita totalmente dopo i bombardamenti del 1945 – tanta arte, parole meravigliose tedesche come kunst dappertutto. Poi ci sono le persone. Per me sempre l’aspetto  più interessante di un viaggio insieme alla ricerca delle radici gastronomiche. Sono schiavo di questo mio voyeurismo. Penso al film “La vita degli altri”, capolavoro assoluto. Gli anni della stasi. Pensavo a Berlino, in certi quartieri, di aver esperito certe sfumature, certe peculiarità, anche certe sofferenze del tedesco della DDR. Passeggio per Dresda e vedo un cartello con la scritta “Spioni”, una retrospettiva sugli anni della stasi al museo della guerra della cifra. Sono infastidito che per raccontare una piaga propria del regime postbellico tedesco abbiamo sentito la necessità di ricorrere a una parola italiana. Comunque, dicevo, le persone. Ecco, soprattutto la midlle class dei cinquantenni, quella che ha vissuto il passaggio fra i due mondi, appena ha assaporato la possibilità di volgersi al capitalismo, ai modelli fatui del benessere, ci si é buttata con fare bulimico, ma ben presto si é accorta di non averne le architetture storico-psicologiche per sostenerlo. L’aspetto é quello di persone confuse, che hanno trovato il benessere e l’affermazione personale ma che hanno anche fatto fatica, e i segni estetici e di vestiario lo dimostra, a vivere questo mondo nuovo, a fluire nelle “magnifiche sorti e progressive” della Germania post crollo muro. La cena di lavoro conclusiva si é svolta in uno sfarzoso e decadente hotel a 5 stelle in stile neobarocco in pieno centro che ha fatto un po’ da correlativo oggettivo di quanto scrivo. Queste riflessioni me le hanno fatte una coppia di giovani, trentenni con figli ormai bambini, che mi raccontava o dei loro genitori e di quanto per loro fosse già diverso, più naturale, affermarsi come professionisti nell’est, senza rincorrere il modello capitalistico, senza tradirsi per forza. Una coppia molto piacevole, che ha costruito una sorta di hotel nel nulla, come dicono loro. Fuori ho osservato la magnifica Dresda distrutta dalle bombe incendiarie che hanno mietuto il più alto numero di vittime in una città tedesca, osservato chiese e palazzi diruti, alcuni ricostruiti ex novo come la barocca Fraukirchen, altre cristallizzate nella loro distruzione, altre ancora conservate nell’esterno principesco (le bombe erano incendiarie e bucavano le pareti per incendiare gli interni) e all’interno completamente rimurate in calce. Ogni tanto un palazzo in vetro, parallelepipedo perfetto, ricordava gli anni del socialismo sovietico in architettura. Una città strana, direi malinconicamente bella, che vale la pena di conoscere, e che mi ha lasciato un senso di amaro, di cupo, quando la bellezza é nella sua stessa necrosi. Chissà mai se ci tornerò, ma Dresda mi ha toccato in quel poco che mi si é manifestata.