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Senza soluzione di continuità

Questo sintagma mi ha sempre attorcigliato. Non ho mai ben chiaro il significato quando lo trovo e devo sempre rivolgermi ai miei ricordi liceali: soluzione, dal latino solvere, significa “qualcosa che si è sciolto”. Deinde, senza soluzione di continuità indica qualcosa che non si è interrotta, sciolta. Espressione brutta e controintuitiva.

Durante la pandemia, però, senza soluzione di continuità ha trovato correlazioni costanti nella nostra quotidianità e mio malgrado ho imparato a decifrarlo in un battito di ciglia: non si sono più sciolti, interrotti i giorni lavorativi dai fine settimana, i giorni feriali da quelli al lavoro, e molte giornate si sono succedute senza soluzione di continuità. Ipnotiche l’una l’altra.

Non è un granchè così. Sembrano tutti giorni grigi, senza troppi colori distintivi, se non le ridicole cromie che ci assegnano i guru del governo.

Eppure, oggi abbiamo cercato di vivere la nostra domenica. Al bar a prendere una torta da portare via, con caffè e pastina consumati frettolosamente in auto. Un pranzo coi ravioli al sugo. Un pomeriggio di letture, scritture, giochi. Un po’ di programmazione per i nuovi lavori in casa e per alcune questioni di ufficio.

Mancano le persone, gli amici, la convivialità, le scansioni temporali, le possibilità libere e non quelle ricavate fra espedienti all’interno di normative astruse. Non vedo l’ora che a quel “senza” si sostituisca un “con” a soluzione di continuità. Non saranno ancora mesi davanti a noi, anche perchè fra poco è un anno, ma l’ultimo periodo è forse il più complesso, perchè l’ultimo meglio è per definizione il più duro e perchè è la terza volta che ci troviamo di fronte a chiusure e niet, e ci dobbiamo ancora una volta rigenerarsi, reinventarsi, ricaricarsi.