Trainspotting e Francesco: 1997-2017.


La locandina del primo grande film


La compianta nonna Fedora asseriva sempre con convinzione quanto fossi venuto bene in questa foto qui sopra con gli amici. Quella foto altro non era che la locandina originale di Trainspotting, ancora oggi appesa nella mia camera da ragazzo dopo averla scovata nel 1997 al mercato dei dischi a Camden Town, durante il mio breve soggiorno londinese. Avevo vent’anni e la nonna mi aveva scambiato per uno dei protagonisti di quel capolavoro che mi si era tatuato addosso, almeno quanto “Ok Computer” dei Radiohead, uscito sempre quell’anno e vissuto sempre in quella febbrile Londra. “Spud, nonna, si chiama Spud ed è un attore. Non sono io”. “Siè nanni, tu sei proprio bellino anche con gli occhiali”. Il più brutto della gang, Spud. Non Ewan McGregor, non Sick Boy, ma Spud. In effetti una certa somiglianza c’era, c’è sempre stata. E non mi sono mai sentito offeso. Ogni personaggio di quel film, ogni canzone, mi ha accompagnato e segnato. Spud era peraltro l’unico, di quel gruppo di disperati eroinomani, ladri e sgangherati, che provavano a darsi un senso, a scegliersi una vita, in una Edimburgo dai sapori kenloachiani. L’unico, appunto, che mostrasse sensibilità quasi umanistiche. E questa umanizzazione di Spud viene ingigantita nel seguito del film, “Trainspotting 2” che ho visto sabato sera. Spud infatti annota in pizzini tutte le avventure, tragicomiche, vissute dai vari protagonisti, e verrà incentivato alla pubblicazione di queste storie da una nuova protagonista, una ragazza bulgara che fa la fidanzata di Sick Boy. In T2 “tutto deve cambiare affinché niente cambi”, a parte la rugosa lancetta del tempo. Stesso regista, Danny Boyle – che nel mentre è diventato un regista di culto e ha fatto altri film ganzissimi, io cito “The Beach” e “28 giorni dopo” – e stesso cast, fra cui il mio alter ego Spud, Ewen Bremmer, ora quarantenne, qualcosa in più, e spero converrete, invecchiato un po’ peggio di me.Stessa sapienza scenografica ricca di citazioni. Ritmo e mano quasi da videogame. Ennesima raffinata, accurata e lisergica colonna sonora. Medesimi personaggi, ora quarantenni  ma come allora complessi, chiaroscurali, non risolti a popolare una storia di amicizie tradite e negate in una Edimburgo ancora più ingrigita da una tecnocrazia globale e reificante di quella raccontata nel primo episodio. Sabato sera mi sono intanto goduto T2 e il ricordo del primo e del Francesco che ero e che per molti tratti sono ancora. E se come Renton alla fine sono sempre lì, a Edimburgo o a Pontassieve o a Itaca coi soliti amici e le solite velleità, le solite paure, le solite aspirazioni, i soliti grandi sogni, ancora tanti entusiasmi, beh, allora vuol dire che non siamo diventati tutta cenere dalle tante fiamme che ci ardevano. E se ancora poco abbiamo risolto di questo groviglio che ogni giorno ci affatichiamo a dipanare, cosi come niente risolvono i protagonisti rivolgendosi alle dipendenze, alla fuga o alle truffe (tutti, tranne Spud in T2, rimangono dei “vinti”) per lo meno non abbiamo rinunciato alle nostre battaglie e abbiamo sempre continuato a “scegliere la vita” in un modo personale e unico.

Spud nel primo episodio.
Spud quarantenne nel secondo episodio.
Il manifesto del primo film.