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“Uno, nessuno e centomila”, un chi sono sotto forma di post.

Vengo da una settimana di antibiotici: probabilmente c’é sempre un pizzico di determinismo fisico sull’umore e oggi ho fatto davvero fatica a gestire il mio io relazionale e a collocarlo sulla consueta dolceamara solarità che tutto sommato mi distingue. Si chiamano – nomen omen – antibiotici e oggi hanno senz’altro svolto il compito, inibendo i miei bioritmi. Ne approfitto quindi per vergare un post perfettamente inutile, solo per me, che un po’ mi racconta e soprattutto svolge da catarsi, da seduta di autoanalisi. Del resto, ho sempre scritto per me, penso che la mia capacità di scrittura si sia rivelata tale solo proprio quando sono uscito da questo daemon ossessivo del “me medesmo meco mi vergogno”, dello scrivere, egoista fino all’egotismo, sempre e solo di se stessi (e con meno talento del Petrarca qui appena scomodato). Io ho sempre ossequiato questa attitudine onanista al vuoto cerabralismo: gli anni dell’università sono pieni di mie pagine grondanti nulla e turbe, di visioni matte e disperatissime di film polisemantici e disperati, di letture ossessive, nichiliste e improntate al cupo pessimismo. Tutto sommato, a vedermi oggi ne sono uscito discretamente (non era detto) e comunque senz’altro arricchito umanamente, se non culturalmente, da questo fecondo serrato continuo confronto con le mille maschere del mio ego e coi tanti pensatori (poeti, filosofi, scrittori e registi) che come me, ma con espressività artistica infinitamente più incisiva del mio sterile soliloquio, hanno eviscerato il “male di vivere” usando la penna, o la cinepresa, o il pennello, o la voce (ma che roba sono Grace di Buckley, o Fade Out dei Radiohead, o By this river di Brian Eno?) come bisturi sulle ferite aperte dell’animo. 
Mi sono laureato su Pirandello perché anche lui animato da un amaro disincanto nei confronti delle persone e del trascendente, nei confronti della mascherata della vita: senza piangersi addosso, ha teorizzato una filosofia, contenuta ne “L’Umorismo”. Chi ha la sensibilità di intuire questa miseria umana, può ergersene, astrarsene, e riderne, fino a eleggere il riso, lo sberleffo, l’umorismo a strumento consolatorio di chi ha capito il giuoco delle parti. 
Fa quasi effetto, mi sono laureato quindici anni fa ma la lezione del buon siciliano mi si é tatuata addosso. Oggi sono un tipo disincantato, feroce nell’ironia, carnale più che spirituale, fescennino, convinto che si possa scherzare di tutto se fatto con modo, mi piacciono l’altra faccia della medaglia, il fuori dal coro, la persona che non si reifica e che convive coi suoi mille frammenti di personalità e li considera una ricchezza invece di un pedestre caso di disturbo da strizzacervelli.
Non ho ormai più gli “eroici furori” dei vent’anni, le sofferenze sterili, la voluptas dolendi, le esagerazioni estetiche, politiche, sentimentali goffe e un po’ ridicole: il lavoro mi ha maturato, senza parlare della paternità e del semplice tempo che passa: sono quindi forse naturalmente un po’ più saggio e filosofo, anche un pizzico cinico. Poi si é anche aggiunta questa storia col vino, come elemento epicureo che regala cultura e storia, in grado di porsi come copula fra me e il buon senso, di educarmi ai profumi della vita, agli affetti pochi che comunque contano, ai piccoli piaceri, alla cultura del banchetto opposta all’eccesso, al tracotante, al pantagruelico.
Il vino mi ha arricchito, ancorato e aiutato, vezzeggiando e recuperando il moribondo olfatto del genere umano, il fiuto fatto di istinto, di noi uomini liquidi del novecento: il piacere del vino é anche nel berlo, nel trovarci dentro profumi del proprio passato, di un cassetto di una stanza della casa della nonna che stava al buio tutto la settimana e che si apriva solo alla domenica (si lo so, lo dice anche Proust pensando ai suoi biscottini, le madeleine), di un amore effimero, appena sfiorato, manco consumato eppure sempre bruciante, di un viaggio lontano fra persone diverse, lontane culturalmente, nei loro costumi e nelle loro usanze. Si, perché col vino ho amplificato un altro aspetto di me, una mia passione che si é fatta quasi filosofia: conoscere gli altri, idee diverse, paesaggi lontani, farsi affascinare da tutto ciò che non é parte dovuta e scontata della propria quotidianità e arricchirsene per uscirne più aperti, più sfumati nelle complessità del proprio pensiero spesso involuto, attorcigliato nel metro quadro vissuto della propria ottusità, più sincretici e panistici. 
Davvero amaro affermare queste riflessioni nel giorno dell’ennesimo attacco terroristico.
Vabbé, direi che come primo post perfettamente inutile ci siamo dilungati anche troppo. Lascio una copertina di uno dei libri che più é piaciuto: non é un grande classico e molti hanno la fortuna di non averlo ancora letto: invidio il piacere che proveranno scoprendolo prezioso, colto, intimista, struggente. Meraviglioso anche il film che ne hanno tratto.