Il 2022 spiegato al mio gatto.

Primo giorno del 2022. Sono a casa. Riposo attivo. Giorno di cielo grigio, malinconico e surreale. Sto facendo un po’ di riflessioni per quello che potrà essere dopo la pandemia, mentre il mio gattone Orange, convalescente, mi guarda coi suoi occhioni verdi profetici.

Cosa ne sarà dopo tutto questo pandemonio? Sembra chiedermi Orange.

Io resto ottimista. Il genere umano si è sempre caratterizzato e distinto dagli animali per una inesausta ricerca di felicità. E quando la ha trovata (non spesso, invero), la ha sempre trovata nell’attimo presente delle relazioni. Non cambieranno quindi i nostri istinti. Cambieranno invece le dinamiche e le modalità delle relazioni. Non più aggregazioni abnormi, interferite e reificate, distratte dal digitale, ma piccoli gruppi autentici nei sentimenti, coltivati dalla presenza, nutriti dalla bellezza, elevati dalle arti e dai sensi.

Un po’ utopistico, forse. Ma prendendo spunto da questo assioma (voglio crederci), provo a buttare giù un po’ di corollari molto pratici, per un modello comportamentale più vivibile, condito da un pizzico di sano ottimismo.

Le grandi megalopoli. Siamo sicuri che queste rappresentassero, anche prima del Covid, un modello di urbanizzazione vincente? Inquinamento, alienazione, spazi angusti, mancanza di aree verdi. Spero e credo che in un lasso di tempo medio lungo si torni a una visione quartieristica delle città, una sorta di paesi nel paesone, e che queste avranno, da un lato, una fuga inversa rispetto ai flussi storici verso la campagna (si veda il punto dopo) e dall’altro una valorizzazione dei centri storici ora preda del turismo mordi e fuggi e del disincanto emozionale.

La vita di campagna. Lo so, sono di parte, ma sono fermamente convinto che la campagna, le aree verdi, gentilmente urbanizzate (non sono per il buon selvaggio o per la figura dell’eremita che rinuncia a tutto), con annessa la restituzione delle nostre strutture storiche contadine e signorili, siano la migliore forma abitativa possibile. Si incentivi il recupero, si infrastrutturi laddove manca, e la campagna troverà di nuovo un armonico dialogo con borghi, paesi e città.

I concertoni. Abbiamo vissuto e frequentato tutti grandi momenti aggregativi. Concertoni da centinaia di migliaia di persone. Stadi gremiti. Discoteche in cui il ti trovavi accanto il sudore e talvolta l’afrore di un altro. Locali in cui ci si affollava come sardine. Queste situazioni non si ripresenteranno, almeno nel breve medio termine. Non sarà secondo me necessariamente un male. Verranno prediletti gruppi piccoli, conviviali, con tante sinestesie (un calice di vino mentre si ascolta musica, un cibo in un bellissimo contesto con chi davvero vogliamo stia e sia con noi) elevati dal piacere della presenza e dal riuscire a vivere davvero il momento, senza gli eccessi dell’essere troppi, senza la distrazione dei telefoni.

I trasporti. Soprattutto in città, dovranno funzionare. Ed essere usati. Poi biciclette. Muoversi in auto, a meno che non sia elettrica, sarà disincentivato. Prendere un aereo al giorno, o fare centinaia di chilometri in treno per un meeting non credo sarà più praticabile. Abbiamo imparato durante questi due anni di Covid a fare riunioni in remoto, a ridurre gli incontri, a non muoversi freneticamente, se non per lo stretto necessario.

Viaggi. Essere tutti viaggiatori e meno turisti mordi e fuggi. Aprirsi alle diversità dei luoghi che ci accolgono, essere curiosi, esplorare, assaggiare, includere il punto di vista dell’altro nel nostro, senza tradirsi.

Anche il lavoro secondo me prenderà nuove definizioni. Abbiamo familiarizzato con nuove modalità, su tutte la non necessità assoluta di stare tutti i giorni in ufficio, o in produzione, ma altrettanto quanto sia importante, per alcuni aspetti, essere presenti fisicamente. In medio stat virtus. Un po’ di lavoro agile, un po’ di ufficio. Meno ore, più efficienza. Un autodeterminismo e una visione per obiettivi e progetti, da applicare a ogni categoria e livello.

I cibi. Il cibo deve essere sano. Sembra una ovvietà, perché purtroppo il grande gap è economico. Mangiare sano, inevitabilmente, è costoso. Perché le tecniche di coltura e allevamento sono meno intensive, e quindi meno produttive. I cibi freschi e da piccoli produttori. Idealmente a pochi chilometri da noi, senza però farsi ossessionare dallo zero. Chi ci dice che a chilometro zero ci sia il paradiso e lontano l’inferno, fra gli ingredienti che staranno nelle nostre tavole? Certo, ci sono i problemi dei trasporti, inquinamento, conservazione forzata, e anche io tendo a preferire il cibo locale, ma vorrei dire che non basta essere locale o a chilometro zero per essere un prodotto sano. Impariamo a distinguere, a scegliere. Senza religioni. Almeno qui…

La sostenibilità e la responsabilità dovranno non essere una tematica, ma attraversare tutte le nostre scelte. Per noi, per i nostri figli. Tutto quello che ho scritto sopra è ecosostenibile, biodiverso, umano. Ed è filtrato da queste 3 visioni. Non è più l’era della plastica, della chimica, del petrolio.

Infine, e non ultimo, evolviamo il nostro vocabolario. Non intendo il parlare colto o forbito, ma l’introdurre nel nostro modo di essere e di relazionarsi parole ormai desuete ma fondanti come grazia, gentilezza, consuetudine, carezza, giustizia, cura, rispetto, apertura.

Benvenuto 2022.

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