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In viaggio con Matilde. Il sabato 7 giorni dopo.

Quasi non ci stava più Matilde…

Questa mattina, fredda, asciutta, soleggiata, ho preso la Matilde, sveglia presto come suo solito, e ci siamo fatti una lunga girata in auto in direzione di una fattoria nelle colline di San Miniato.

Prima, da tradizione, anche se a ranghi ridotti, ci siamo fermati a fare colazione al bar Remo. Due cornetti farciti al momento con crema e cioccolato e due cappuccini, per la Mati senza caffè.

Poi ci siamo messi in auto. La giornata era gelida ma assolata. Il paesaggio, tolto il tratto nella Fi Pi Li, suggestivo come solo la Toscana sa essere. Abbiamo ascoltato musica, la mia musica, che la Mati ha mostrato di apprezzare con grande sensibilità. Non erano canzoni facili ma musiche e parole che la hanno colpita. Io poi le raccontavo un po’ di quello che muovevano in me, il significato di alcune parole, gli strumenti coinvolti…Abbiamo accompagnato il viaggio insieme all’Irata dei CSI, in cui Ginevra di Marco accompagna un sontuoso Giovanni Lindo Ferretti (che recita anche una poesia di Pasolini nel corso della canzone), Bohemian Rhapsody dei Queen (“Ma non ha le strofe e il ritornello!”) coi cori, il falsetto, le atmosfere struggenti fra l’opera e il rock, i violini e il piano in “November Rain” dei Guns and Roses, ovviamente Nomadi, l’inno al viaggio e alle sensazioni del viaggiatore del mio maestro Battiato, Fenomeno di Fabri Fibra, Telefonami fra vent’anni di Dalla, che da quante volte l’ho sentita la sa ormai cantare perfettamente, pur nella sua anomalia ritmica e nel suo essere poesia più che prosa e quindi poco logica a memorizzarsi, un po’ di Coldplay (“Sai Mati, mi dicono di assomigliare a questo qui, il cantante, si chiama Chris Martin” – le dico facendole vedere il video sul telefonino. “No, per nulla”, replica subito lei).

Quando siamo arrivati alla fattoria ci ha accolto una bambina con suo nonno e un grosso canone scodinzolante affetto. Una immagina molto bucolica e carica di metafore. Ovviamente a Mati aveva fatto male la macchina ma si é ripresa velocemente, fuggendo le zampate e le leccate di Balù ed esplorando quell’ambiente rurale conviviale e armonico. Abbiamo preso dei lampioni in ferro battuto per Bisarno e siamo ripartiti. 

A casa ci aspettava l’altra metà della famiglia – la Mignola aveva fatto yoga al mattino in una associazione locale e grondava di entusiasmo al raccontarsi le tante asana scoperte. 

A pranzo dei corroboranti e squisiti spaghetti integrali ai broccoli ingentiliti da una carezza di olio novo, anche la Nonna Za presente, seguiti dalla libidinosa schiacciata del fornaio di San Francesco, e il pomeriggio a dedicarsi, le donne, a decorare l’albero di Natale (eravamo in ritardo ma ci siamo rifatti con un albero proprio bello e pieno di colori) e io, insieme a Nonno Ciccio e al mio vicino-amico Sauro, ai lavori nei campi col trattore. Il freddo pungeva, ma il contesto era davvero magnifico. In un certo qual senso quel freddo era come si mi scaldasse, mi accogliesse: abbiamo ritrovato dei pozzetti che erano rimasti sotto degli accumuli di terra, abbiamo smosso la terra alle piantine dell’orto, abbiamo spianato una stradina e infine abbiamo fatto anche uno scavo, una buca, per accogliere un nuovo albero, un nocio, che sarà memoria e futuro di questo incredibile periodo. Il tutto scortati dal gatto Arancino.

La giornata – lunga ma viva, vissuta, impugnata – si é conclusa con una cena di pesce. Pescespada al pomodoro, olive e capperi con insalata di radicchi e una maionese di avocado buonissima, fatta dal sottoscritto che, al solito, ho mangiato solo io. Non sanno le altre cosa si sono perse a non accompagnarla al pesce spada. Una delizia.